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“Fonte
Amara” di S. Pugliese: una vita rivisitata
1. La prima biografia di Silone in lingua inglese e il
caso “Silone-spia”
La
biografia di Silone (“Bitter Spring. A Life of Ignazio Silone”, New
York, 2009) che lo storico americano Stanislao G. Pugliese ci offre,
a conclusione di un decennio di capillare lavoro di documentazione e
ricerca, è la prima in lingua inglese ed appare dopo che da qualche
anno la saggistica storica su Silone si è concentrata sul caso “Silone-spia”,
con una “querelle” politico-storiografica e una campagna mediatica
scandalistica.
La metodologia storica che Pugliese si è assegnata è quella di non
realizzare una voluminosa biografia, caratterizzata da aspetti
autoritativi ed unilaterali, bensì una biografia fluida, a grandi
linee, in grado di lasciare al lettore l’ultima opzione
sugli argomenti od episodi controversi.
“Bitter Spring” di Pugliese si propone, quindi, come biografia
d’ampio respiro. E’ perciò opportuno a questo punto inquadrarla
nella intera vicenda della critica storica e letteraria dell’opera e
della vita di Silone.
(a) La prima fase della saggistica su Silone si collega a quella
che François Furet (“Le passé d’une illusion. Essai sur l’idée
comuniste au XXe siècle”, Paris, 1995) chiama la “prima generazione”
dei “disincantati” del regime sovietico, disillusi dalle lotte di
frazione interne della Terza Internazionale e dalla realtà sovietica
al tempo di Stalin. Silone, comunista clandestino, fuoruscito e
ricercato dalla polizia fascista, pur nel pieno della crisi per la
detenzione del fratello e della personale indigenza, non riesce più
a sopportare le ipocrisie e le falsità della “ragion di partito”.
Fattosi espellere dal Partito Comunista (come racconterà in “Uscita
di sicurezza” nel 1965), senza legarsi alla frazione trotzkista
italiana guidata dal cognato Pietro Tresso, sviluppa quelle che già
erano le sue tesi politiche nel partito, sublimandole nel romanzo
“Fontamara” (1933), epopea rivoluzionaria dei “cafoni”, i contadini
del mezzogiorno d’Italia.
Accanto alla valenza letteraria e al vivido antifascismo (“la più
forte ed efficace opera letteraria antifascista degli anni ‘30”,
pag. 112 della biografia), in Fontamara si colgono le tesi
politiche sul ruolo rivoluzionario dei “contadini”. Non per nulla
vengono avvertite dallo stesso Trotsky in una recensione famosa,
scritta nel 1933, su un bastimento italiano che lo portava verso
una delle tante tappe del suo esilio (p. 131). In questa prima
fase Silone è, senza contestazione di alcuno, esponente di spicco
della cultura antifascista in esilio e, oltreché romanziere di
successo internazionale, teorico politico anti-totalitario con
opere come “Der Fascismus” (1934) e “La scuola dei dittatori”
(1938). Nessuna divaricazione viene rilevata dai critici e dai suoi
stessi contestatori, fascisti e stalinisti, tra il contenuto delle
opere, vietate e sconosciute nell’Italia fascista, e le vicende
personali.
(b) Una seconda fase si apre per Silone con il rientro in Italia
nel 1944, dopo aver diretto, durante la guerra, il Centro Estero del
Partito Socialista Italiano ed aver collaborato con l’OSS per
sconfiggere il fascismo. In un paese in cui quasi tutti gli
intellettuali organici del fascismo si sono riciclati spostandosi
nel comunismo, Silone diventa un protagonista della
socialdemocrazia italiana, nonché un difensore della libertà della
cultura, contro l’asservimento partitico, economico e clericale
degli intellettuali. Questo è il suo maggior handicap, rispetto
alla critica letteraria italiana e alla grande stampa. Finisce,
quindi, che la sua militanza ideologico-politica gli viene
rinfacciata e le sue opere letterariamente denigrate, sia da
destra che da sinistra (dagli “ambienti reazionari” e dalle “élite
culturali della sinistra dominate dal PCI”, p. 12). Silone,
scrittore da tempo di fama internazionale, in Italia viene
rappresentato come un autore inetto e di poco conto.
Qualcosa cambia nella critica letteraria siloniana con la
pubblicazione di “Uscita di sicurezza” (1965) ed, infine, con
“L’Avventura di un povero cristiano” (1968), ma non intacca
l’avversione del Partito Comunista verso il “rinnegato”.
(c) Una fase postuma ha inizio a circa vent’anni dalla sua morte.
In Italia Dario Biocca e Mauro Canali costruiscono, sulla base di
informative di polizia non attribuibili a Silone, ipotesi di
collusioni poliziesche di Silone negli anni Venti del secolo
ventesimo e di sue ricadute spionistiche durante tutto l’arco
della vita, rispolverando anche accuse allo scrittore di aver svolto
durante la guerra fredda iniziative culturali anticomuniste,
finanziate dalla CIA. Ha inizio una campagna storico-scandalistica
su Silone, spia fascista della prima ora, insinuatosi nel neonato
Partito Comunista e nelle lotte clandestine. Si stabilisce una
divaricazione tra una cripto-vita di Silone e le sue opere. Silone
è, per dirla alla Italo Calvino, un “visconte dimezzato”, con una
parte buona, gli scritti, e una parte cattiva, una vita di
occulte reiterate delazioni.
Il
contrasto è troppo stridente per sembrare plausibile al di fuori del
sensazionalismo giornalistico e della ricerca storica spazzatura.
Giungono così in soccorso informazioni su presunte malattie mentali,
cui fanno seguito elucubrate interpretazioni psicoanalitiche di
alcune opere e la ricerca forzata, in esse, di personaggi minori
che nella lotta antifascista tradiscono i compagni, oltre all’ipotizzazione
di velate auto-confessioni dello scrittore. Le stesse notazioni
autobiografiche che Silone elabora per spiegare la sua angosciosa
uscita dal Partito Comunista non vengono lette, in chiaro, come
memoralistica politica, ma, addirittura, come sfacciata copertura
di una sordida operazione di sganciamento spionistico. Le opere di
Silone divengono così, per gli storici sensazionalistici, una
selva intricata di tradimenti, rimorsi e redenzioni, mascherati da
false motivazioni morali, politiche e ideologiche.
Con
minor risalto mediatico, lo storico Giuseppe Tamburrano ha
replicato, punto per punto, evidenziando la infondatezza
documentaria e logica di tale presunta, gratuita e immotivata,
attività di “informatore” della polizia. Attività mai contestata a
Silone, né dal regime fascista stesso quando, con risonanza
mondiale, veniva attaccato dallo scrittore nelle opere degli anni
Trenta; né, in seguito, dai comunisti italiani quando si trovavano
contro, in dure polemiche politiche, uno dei fondatori e
dirigenti del PCd’I che aveva lasciato il partito.
Di
nuovo giungono in soccorso informazioni su una presunta relazione
omosessuale tra Silone ed il Commissario fascista Guido Bellone.
Il
troppo storpia. E’ difficile credere che il propagandista politico
in veste di scrittore esalti, da un lato, i cafoni rivoluzionari
contro il fascismo, e dall’altro, li tradisca sempre, senza che
nessuno, in una lunga vicenda di oltre sessant’anni di contrasti
pubblici con fascisti, stalinisti, clericali, mai scopra gli
altarini; e che, in un’Italia dove poco resta segreto, il
“melodramma” della sfrontata vita doppia di Silone, esca fuori un
quarto di secolo dopo la sua morte, dalla viscida interpretazione
di carte di polizia anonime o di firmatari diversi e quasi tutte
dattiloscritte.
Diviene, quindi, di particolare rilievo il contributo storiografico
di Pugliese, che si propone di spaziare su tutte le fasi della vita
e delle opere letterarie di Silone e che intende affrontare, con
completezza di riferimenti bibliografici e documentari, tutti i
punti cruciali dell’avventura umana e intellettuale dello scrittore
abruzzese, con le sue eventuali ombre e profondità.
E’ indubbio, tuttavia, che le ombre e profondità sottolineate nella
biografia, mentre rendono l’argomento suggestivo ed il libro più
interessante, allo stesso tempo aprono nuovi interrogativi.
2. Il senso di colpa durato tutta la vita !
Pugliese – proprio per la sua programmatica intenzione e prassi di
equidistanza da tutte le impostazioni e polemiche storiografiche –
non manca (ma forse esagera!) nel puntualizzare, ogni qualvolta
potrebbe apparire troppo messa in risalto la positività di un
momento della vita del biografato, l’alternativa che dietro
l’evento ci possano essere i rapporti di Silone con il Commissario
Bellone, e quindi con la polizia politica fascista.
Il
tormentone del tipo, “tra i traumi intimi di Silone: lo
spionaggio” (pag. 15), “il peccato originale di Silone … la sua
collaborazione con la polizia segreta” (pag. 94), va avanti per
tutto il libro (alcuni esempi, tra gli altri, alle pagine 27,
104, 105, 154, 188, 248, 271, 292, 311, 330, 340).
Si
va dal Silone in Svizzera “tormentato” e “preda del senso di
colpa per il suo rapporto con Bellone”, al “senso di colpa
impresso per sempre nella sua anima”, al “suo passato torbido”, al
“bisogno di redenzione”, a “l’inestinguibile senso di colpa”, etc.
Per finire con “disegnando abilmente ‘un’uscita di sicurezza’ dal
partito, si liberava anche dal legame di schiavitù con Bellone”
(p. 311).
Quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, Silone venne
imprigionato in Svizzera per attività politica, il timore di
Silone che venissero scoperti i nomi dei compagni socialisti in
Italia con i quali era in contatto come responsabile del Centro
Estero del Partito Socialista Italiano, secondo Pugliese sarebbe
derivato dal suo “perenne senso di colpa” e dal ricordo della sua
personale esperienza con i metodi usati dalla polizia fascista
(definiti da Silone “diabolici metodi di infiltrazione e
corruzione”) per portare le persone a diventare dei traditori
(pag. 154). Come non ravvisare che la conoscenza di Silone dei
metodi della polizia fascista gli derivava dal suo passato di
comunista clandestino e dal ruolo di responsabile della Stampa e
Propaganda e degli incarichi clandestini del partito?
Nella biografia viene collegato il suo rifiuto nel dopoguerra di far
parte del comitato per l’epurazione dei giornalisti fascisti al
ricordo “del suo torbido passato con Bellone” (p. 188). Al
contrario, se questo fosse stato il caso, avrebbe potuto
dall’interno manovrare per coprire qualsiasi evidenza che fosse
eventualmente emersa a suo carico. Senza di lui il comitato
funzionò perfettamente e nulla emerse su Silone. Silone era, sic
et simpliciter, contro tutti quelli che pretendevano di fare
dell’antifascismo un mestiere (p. 189, p. 205), così come lui, a
differenza di Koestler, non faceva dell’anticomunismo un mestiere:
“Una volta ero comunista; non me ne vergogno” (p. 209).
Il
culmine del “refrain” sui timori e il senso di colpa per l’attività
di confidente e per il suo rapporto con il Commissario Bellone
viene raggiunto a pagina 330 della biografia. “Al senso di colpa
che Silone si è portato dietro tutta la vita per il suo rapporto
con Bellone si devono alcune tra le più forti e sentite opere di
narrativa del ventesimo secolo”.
La lotta di una vita per Silone non sarebbe stata contro i
totalitarismi per la giustizia e la libertà, bensì contro i suoi
rimorsi!
Questo è in dialettico contrasto con quanto la biografia stessa
ricorda riguardo alle “stimmate roventi” ed il “lutto” perenne per
la sua “gioventù” che Silone si portava dietro per ragioni assai
più idealistiche (pag. 103).
In definitiva, il “senso di colpa durato tutta la vita per il
rapporto con Bellone” che avrebbe tormentato Silone, gli è
attribuito senza alcun supporto documentale o storico. E’
un’illazione che non trova alcun fondato riscontro.
3. Fonte amareggiata
In
nome della completezza storica c’è un aspetto che Pugliese non
intende trascurare: la personalità ed il carattere di
Silone.
Per darne un’immagine il più possibile completa Pugliese ha
a disposizione una testimone esclusiva che afferma di essere
l’unica ad avere conosciuto bene lo scrittore.
E’
una fonte preziosa e unica che non rende necessario verificare se
non sia inquinata, se non ci sia bisogno di filtrarla contro un
eventuale intorbidamento. E’ la vedova di Silone, è una donna
colta, ma ha soprattutto un pregio: viene dal mondo
anglosassone. Lei stessa ha rivendicato il suo differente milieu:
“Ho fatto esperienza (con poche eccezioni) … degli Italiani al loro
peggio” (pag. 291).
Pugliese riprende senza commenti le esternazioni e le
confidenze che la vedova di Silone gli ha rilasciato negli ultimi
tre anni di vita, quando il marito era già morto da cinque lustri;
e le dissemina lungo tutto il libro, al fine di fornire al
lettore, “ad abundantiam”, i mezzi per conoscere l’uomo Silone.
Secondo Darina Silone (ha sempre voluto essere chiamata con il
cognome del marito, e non quello della sua famiglia di origine,
Laracy), Silone era un uomo dal ”carattere estremamente difficile”
(p. 5), dalle “molte verità” (pag. 6), dalla calligrafia
“misteriosa ed impenetrabile” (a pag. 13), con tendenza a minacce
di suicidio (pag. 110), capace di vantarsi agli occhi di una
giovane donna come lei, appena incontrata in Svizzera, con il
racconto di “ogni genere di storie” (p. 169).
Ed ancora: “la personalità enigmatica ed esasperante” di Silone
(p. 177); Silone stranamente incapace di capire e pronunciare la
parola inglese “verità” (p. 179), il suo “carattere ambiguo” (p.
180), “un mistero persino” per lei (p. 181); il tentativo di
suicidio intorno al Natale 1950 (p. 273). Lei dovette distruggere
la corrispondenza personale di Silone dopo la sua morte poiché
“nessuno avrebbe mai potuto comprenderla” (pag. 293).
Silone aveva disposto che la sua corrispondenza privata non fosse
pubblicata e non che fosse distrutta. Oltre alle lettere che don
Orione aveva scritto a Silone, dovevano esserci le numerose
lettere inviate negli anni a Silone da Gabriella Seidenfeld e
Aline Valangin.
Darina Silone descrive Silone come un uomo “affetto non solo da
depressione, ma probabilmente anche da schizofrenia”, “orrendo”,
“senza alcuna attitudine per le relazioni umane” (pag. 174),
spesso “crudele”, con “relazioni extraconiugali”, “noncurante nei
suoi tradimenti”. Silone sarebbe stato affetto dal “proverbiale
complesso Madonna-puttana”, originato dalla “semiprostituzione” (!)
della madre vedova (p. 175). Per non dimenticare anche “che il
loro matrimonio non era stato consumato” (p. 383).
Le
affermazioni su Silone sono inattendibili.
All’inizio della campagna scandalistica, prima ancora delle
affermazioni di Darina Silone, Giovanni Casoli in “L’incontro di
due uomini liberi: Don Orione e Silone” (a pag. 59) scriveva: non
essendo stato trovato “un plausibile o almeno credibile, o non
incredibile, movente, dato che l’ipotetica spia Silone non ricavò
alcun vantaggio, neppure il più piccolo sollievo per il fratello
Romolo, da una tale attività,
…una tale attività insensata e
inutilmente pericolosa servirebbe solo a definire Silone un pazzo
clinico o un amorale gratuito, cose entrambe che sono puntualmente
smentite, attimo per attimo, da tutta la vita e l’opera di Silone.”
Fino a che l’anziana signora racconta, “pro domo sua”, i fatti
caratteriali e interpersonali di Silone - senza mostrare alcuna
comprensione almeno per le tragedie familiari che il giovane Silone
aveva vissuto - l’intervento asettico del biografo ritiene di poter
esimersi dal soppesarli e verificarli.
Ma
quando - a proposito di quella che il biografo stesso definisce lo
“scandaloso rigetto da parte dell’ambiente letterario italiano”
(pag. 295) – la vedova ne attribuisce la colpa a Silone (“Quella
situazione era solo colpa di Silone, del suo – per dire il meno –
carattere estremamente difficile”, pag. 5), la misura della
inaffidabilità storica di questa fonte “amareggiata” è colma. Come
se non fosse storicamente certo e incontrovertibile che la sfortuna
letteraria di Silone in Italia si è realizzata per la posizione
minoritaria di fronte ai due blocchi, quello comunista e quello
democristiano, tanto dei socialdemocratici quanto degli
intellettuali raccolti attorno a Tempo Presente (come ricostruito
nei saggi di Massimo Teodori).
Quanto al “carattere estremamente difficile”, come noto in
Svizzera Silone aveva un gran numero di amicizie e frequentazioni
cultural politiche con, tra gli altri, Thomas Mann, Bertolt Brecht
and Robert Musil, come evidenziato anche nel libro (p. 94, 111
ecc.). Così come aveva continuato a mantenere rapporti
cordialissimi con tante persone in Italia e all’estero. Enorme era
la corrispondenza, anche se una parte è ancora sconosciuta. Per non
parlare degli incontri conviviali con collaboratori e scrittori di
Tempo Presente .
Non
era colpa sua se le persone con le quali aveva condiviso “momenti di
intensa compagnia ed amicizia” (p. 211) nel partito comunista gli si
erano rivoltate contro. Ma la stessa biografia registra,
all’inverso, che per la dirigente comunista Camilla Ravera, che
aveva condiviso con Silone attività clandestine per il partito, lui
era “affettuoso, fraterno e molto cordiale” (p. 73)
Sono numerose le testimonianze su Silone gentile e generoso nei
rapporti umani. Intanto ci sono gli scritti autobiografici e
l’importante rapporto epistolare e personale con le due donne che
hanno amato Silone - Aline Valangin, intellettuale, scrittrice,
pianista, appartenente al club di Carl Gustav Jung a Zurigo
(l’ultima sua lettera a Silone è datata 14 agosto 1978, quattordici
giorni prima della morte di Silone), e Gabriella Seidenfeld, la
fedele compagna ebrea con la quale aveva condiviso gli ideali
politici e che lo amò finchè visse (morì l’anno prima di Silone).
Inoltre, sono tante le testimonianze su Silone rese pubbliche tra
gli altri da Stefano De Luca, Franca Magnani, Claudio Marabini,
Paolo Milano, Geno Pampaloni e Franco Simongini. Altri, tra
quelli che lo hanno conosciuto, hanno prodotto importanti saggi
complessi su Silone, tra questi: Enzo Bettiza, Luce d’Eramo,
Vittoriano Esposito, Gustaw Herling, Iris Origo, Gisella Padovani,
Margherita Pieracci Harwell. Da tutti costoro traspare univoca
una assai diversa interpretazione del carattere di Silone, che si
potrebbe riassumere con le parole di Margherita Pieracci Harwell,
docente di Letteratura Italiana all’Università di Illinois,
Chicago: “In Silone, discrezione e pudore rasentavano l’ombrosità”
(“Un cristiano senza Chiesa”).
Insomma, come si legge nei ricordi dei compagni politici in
Svizzera, dei socialdemocratici italiani, dei collaboratori di Tempo
Presente, dei vecchi amici marsicani (da alcuni dei quali pur diviso
nel dopoguerra dalle diverse scelte politiche) e dei parenti, Silone
manteneva rapporti cordialissimi, assai alla mano, ben diversi da
quelli che intratteneva con politici avversi e con intellettuali
allineati con le burocrazie di partito.
Tante persone sono ancora in vita, in grado di testimoniare.
A
meno che non si voglia indicare come manifestazione di cattivo
carattere l’esempio di Silone che non apre bocca durante una cena
(p. 135) oppure quando a Londra in casa di un ambasciatore si alza
da tavola per andare a seguire una partita di calcio. Questo
comportamento si può sicuramente perdonare ad un uomo che, avendo
vissuto vicende personali e politiche di rilievo eccezionale, non
si sentiva sempre di assecondare certi formalismi.
Sul
fatto che fosse circospetto, guardingo, come di uno abituato
a guardarsi le spalle (pag. 221), basterebbe ricordare la sua vita
da comunista clandestino ed i suoi incarichi di grande
responsabilità nel Partito in Italia e all’estero. Ma soprattutto
c’era stata la vicenda di Tresso, suo amico nel partito e compagno
poi marito di Barbara Seidenfeld, e del significato che la sua
persecuzione ha avuto per Silone. Anche per la vicinanza con
Gabriella Seidenfeld, Silone aveva vissuto in prima persona la
caccia a Tresso, trotzkista, fatta dagli agenti comunisti, la sua
prigionia in Francia, ed infine l’ evasione per finire fucilato con
altri tre trotzkisti per mano di stalinisti in un bosco nei pressi
del maquis. Per non parlare della fine di Trotzky e degli
altri compagni giustiziati in Svizzera, in Francia e in Russia.
Su
una cosa il giudizio di chi lo ha conosciuto è unanime: sul
fatto che fosse spesso solo. Anche nella biografia si legge che
“Silone era solo da morto come lo era stato in vita” (p. 290).
La
solitudine tra le mura domestiche e fuori casa negli anni ’50, poi
negli anni ’60 non deve essergli pesata troppo. Per Silone, che
aveva sperimentato la più totale solitudine a 14 anni, finchè non
aveva incontrato Gabriella Seidenfeld, la solitudine poteva essere
costruttiva. Su Tempo Presente, sett-ott. 1962, a proposito di
Angelo Tasca scrisse: “la sofferenza della solitudine giovò senza
dubbio all’approfondimento del suo spirito.”
Ma
durante tutti gli anni ’70, quando la salute declinava, l’asma
non gli dava tregua e si muoveva con difficoltà, la solitudine non
deve avergli fatto bene. Basterebbe rileggere le testimonianze,
tra gli altri, di Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Gustaw Herling, Iris
Origo, Margherita Pieracci Harwell e di tanti altri.
Quanto al Silone “con tendenze suicide”, Darina Silone, che di
Silone aveva letto tutto, sapeva anche della lettera melodrammatica
alla Valangin scritta da Silone alla fine burrascosa della loro
relazione in Svizzera. In ogni caso, il riferimento al suicidio
contenuto in questa lettera si può considerare una “creazione
intellettuale” di Silone.
Nell’intervista a Enzo Giannelli del 3 febbraio 1971, Silone
spiegò: “Per me il suicidio è un’aberrazione. Credo che non sia
giustificato da nulla, né dalla miseria, né dalla persecuzione. E’
un esaurimento dello slancio vitale. …Posso immaginare una
situazione ... In Vino e Pane c’è un anarchico, un musicista, un
certo Uliva che si uccide e, prima di uccidersi, fa un ragionamento
di completa disperazione sulle sorti dell’uomo. Ma è una creazione
intellettuale più che altro”.
Anche prima di allora, l’11 aprile 1954, ne “La Fiera Letteraria”,
alla domanda “Cosa pensi del suicidio?“, Silone rispose: “E’ una
delle tante cose che non riesco a capire”.
4. Disillusione
La
biografia recepisce molti spunti dalla mito-autobiografia della
vedova di Silone che, molto più giovane del marito (aveva
diciassette anni meno di lui), l’aveva conosciuto già famoso
scrittore all’estero. Ma che, poi, con il rientro in Italia, aveva
presto subito il trauma del mancato successo sociale ed economico
nel generale ostracismo politico e culturale a Silone da parte
della società italiana clerico-fascista e catto-comunista. Dopo il
fiasco di alcune iniziative culturali avviate assieme, si era
defilata soggiornando frequentemente all’estero, massime in India e
in Grecia, senza più collaborare politicamente con il marito nelle
quotidiane iniziative e testimonianze minoritarie.
Gli scritti autobiografici inediti (pag. 164) consistono forse dei
dattiloscritti che, dietro suggerimento di Dario Biocca, lo
storico inventore della doppiezza spionistica di Silone, ella aveva
preparato e distribuito a tutti i conoscenti agli inizi del 2001,
intitolati “Religious Experiences” (tre pagine, marzo 2001,
apparse anche integralmente sul Corriere della Sera il 25 agosto
2003 sotto il titolo “L’avventura di Darina, Io povera
cristiana”), “Esperienze Politiche” (cinque pagine, aprile 2001),
ed il discorso preparato per l’India su “The Making of an Earth
Citizen” (sette pagine, gennaio 1989).
Darina Silone sembra anche rivendicare un ruolo di ispiratrice della
spiritualità di Silone. Secondo la vedova fu grazie a lei che
Silone nel 1942 scrisse il messaggio pacifista dopo che era stato
dalla futura moglie introdotto alle idee di Gandhi (pag. 179); ed
ancora lei lo avrebbe introdotto a Simone Weil e a Père Charles de
Foucauld (p. 259 e 281). Quanto al pacifismo, basta ricordare che
il giovanissimo Silone iniziò la sua vita politica guidando da
ragazzo le manifestazioni dei contadini marsicani contro la Grande
Guerra e in seguito gli interventi pacifisti da giovane attivista
socialista. Quanto alla religiosità, è il socialismo cristiano del
teologo svizzero Leonhard Ragaz che influenzò Silone, già
predisposto dalla religiosità medievale della sua infanzia pescinese.
Silone sapeva bene dell’ammirazione di Simon Weil per “Pane e Vino”,
e quanto a Charles de Foucauld, Silone era solito visitare un
convento delle Petites Soeurs nel quale era suora la figlia di una
sua vecchia amica, come testimoniato dalla Pieracci Harwell.
I
rapporti coniugali, come ricordati dalla vedova e che poco hanno a
che vedere con eventi oltretutto risalenti a decenni precedenti il
suo incontro con Silone, purtroppo sono stati usati come prove
indiziarie per rinforzare le claudicanti costruzioni di Dario Biocca,
lo storico accusatore, ammesso anche a frugare nello studio
personale di Silone.
5. Un povero disgraziato !
Alle precedenti osservazioni su taluni opinabili stilemi della
biografia -
gli incisi sul senso di colpa per
Bellone e poi quelli sull’uomo Silone, ripetuti quasi a caso, del
genere “delenda Cartago” - se ne possono aggiungere
altre.
Nel
“Prologue” della biografia, a pagina 9, si rinviene un ritratto di
Silone che lascia senza fiato.
Oltre ad essere un uomo che “non ha mai avuto nessuna delle qualità
necessarie ad una carriera politica di successo”, Silone era “un
marito difficile, un amico irritante, un politico mediocre, un
conoscente distaccato, una presenza scostante in pubblico, un
parente indifferente e freddo, sovente affetto da psicosi
maniaco-depressiva e tendenze suicide …”.
Insomma, un povero disgraziato!
A
questo ritratto, palesemente derivato da dicerie non controllate,
Pugliese aggiunge altre pennellate.
Silone “penosamente timido”? Siccome non si sta parlando del
Silone “riservato sul sesso” di pag. 356, forse si riferisce al
fatto che fosse dotato di buone maniere. Eppure la stessa
biografia non trascura alcuni fatti incontrovertibili. Da ragazzo
organizza rivolte a Pescina (da pag. 61); tiene testa a rettori di
istituti religiosi e compie coraggiose scelte di vita (pag. 66);
divenne segretario della gioventù regionale socialista a diciassette
anni, poi segretario dell’unione socialista romana e quindi della
federazione giovanile socialisti italiani, e dopo quando a vent’anni
fu uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia “non era
intimidito dai compagni più preparati” (p. 68); quando parlava dal
podio ai suoi compagni di partito “era sicuro di sé, quasi ai
limiti dell’arroganza” (p. 70) e così in seguito nella sua vita.
Silone “a disagio in pubblico e costantemente insicuro” ed “un
politico mediocre”? Sicuramente non si tratta del Silone “la
cui ascesa nei ranghi della sinistra fu sbalorditiva”(pag. 67) e
che “non accettò di farsi intimidire dal prestigio dei Russi” (p.
72). Lo stesso che, tornato in Italia nel dopoguerra, dopo la
scissione socialista, ha fondato un partito; ha apertamente
criticato la politica del Gramsci divenuto un’icona della sinistra,
senza curarsi di aumentare così “l’ostracismo da parte
dell’egemonia culturale della sinistra” (p. 74); ha organizzato
l’Associazione per la Libertà della cultura; non ha esitato a
contrastare pubblicamente Sartre e Neruda ed altro ancora.
Per “politico mediocre” forse si intende quanto scrisse
Salvemini: “Silone non ha le qualità di un uomo politico pragmatico
e smaliziato, ma è una splendida figura morale e intellettuale” (p.
191).
Certo che “la grettezza, venalità e corruzione del
dopoguerra” (p. 187) era quanto di più lontano dai suoi sentimenti,
così come le ambiguità e i compromessi dei partiti fatti di politici
protettori e procacciatori di posti di lavoro, mentre per Silone la
politica doveva “fornire gli strumenti necessari per l’istruzione,
il lavoro e la cultura” (p. 210). E’ a questa politica che Silone
ammette di non essere adatto (p. 210).
Forse è da considerarlo un “politico mediocre” se, candidatosi
alle elezioni politiche del 1953, non venne eletto? Ma come c’era
arrivato, cosa era successo perché tornasse alla politica attiva
dopo che nel 1948, “disilluso con lo stato della politica
italiana”, aveva declinato la candidatura (p. 196) ?
Ecco di seguito un esempio del Silone combattente che non aveva
scheletri negli armadi.
Dopo la pubblicazione a Londra alla fine del 1949, nel volume
collettivo “The God that Failed”, del suo essay “Uscita di
sicurezza”, apparvero su L’Unità e su Rinascita, rispettivamente a
gennaio e a maggio del 1950 due attacchi di Togliatti contro
Silone “il rinnegato” e contro “i sei che hanno fallito”.
Silone si dedica immediatamente al romanzo “Una manciata di more”
che esce nell’estate 1952. Il soggetto parla da solo. Attraverso
il personaggio principale, Silone illustra le motivazioni per cui
era uscito dal partito comunista. Nel libro, un vero e proprio
atto di accusa all’apparato comunista, Togliatti è ritratto nel
burocrate di partito denominato “Il mulo bendato”. Gli attacchi
a Silone e alla sua opera da parte comunista sono immediati e
virulenti, da Salinari su L’Unità a luglio e agosto 1952 fino a
Togliatti stesso su Rinascita nel gennaio 1953 (Silone era anche
reduce dall’aver preso pubblicamente le difese di Slansky in
occasione dei processi staliniani a Praga).
Per tutta risposta, tre mesi dopo, nel maggio 1953, Silone torna
alla politica attiva e si candida, in Abruzzo, alle elezioni
politiche nel partito socialdemocratico contro il candidato del
Partito Comunista. Ma nulla può contro un’organizzazione capillare
del partito che nel suo paese natale, dove la maggior parte degli
abitanti conservava in camera da letto l’immagine incorniciata di
Stalin deceduto nel mese di marzo, gli fa intorno terra bruciata e
il 7 giugno 1953 non viene eletto.
6. Discordanze
L’importanza del contributo biografico di Pugliese non può, infine,
essere in alcun modo intaccata da alcuni malintesi che, comunque,
corre l’obbligo di segnalare.
Se
verso la fine del libro, ritorna il Silone “ossessionato per quasi
tutta la vita da pensieri di suicidio e morte…tormentato dalla
tristezza e dalla malinconia…” (p. 272), anche il giovane Silone
non scherzava. Sarebbe stato un “bambino enigmatico” (p. 35).
Non si conosce l’origine di tale affermazione.
Il
padre sarebbe morto di tubercolosi ed anche Silone ne soffriva (p.
272 e 281). Per quanto riguarda il padre, un uomo assai robusto
come tutti i fratelli, dopo un violento acquazzone si mise a letto
con la febbre e in pochissimi giorni morì: non c’erano ancora gli
antibiotici. Silone ha sofferto fino alla fine di una forma acuta
di asma bronchiale. In Svizzera, negli anni Trenta, veniva curato
per ricadute di bronco-polmonite (vedere anche la corrispondenza
con Gabriella e con Tasca). “L’attestation médicale” della clinica
svizzera dove Silone è morto, registra, quanto segue: “En résumé,
Monsieur I. Silone présente actuellement…insuffisance rénale avec
angiosclérose…qui trouve…son origine dans la toxi-infection trés
ancienne des foyer bronchectasiques (dilatazione patologica dei
bronchi) et dans une retention vésicale…hypertrophie prostatique
benigne”.
Silone “non riuscì a primeggiare negli studi e persino ad integrarsi
socialmente” (p. 50). E’ bene ricordare l’eccezionale rendimento
scolastico del giovane Silone nel seminario di Pescina e poi in
tutti gli istituti religiosi in giro per l’Italia, compreso quello
di San Remo. Forse ci si riferisce al fatto che, come il
fratello, non accettò di indossare la divisa scolastica che
consisteva nell’abito talare, né abbia accettato passivamente di
farsi insolentire insieme ai compagni “marsicani” dagli studenti
romani che non erano né orfani né senza mezzi come loro. Basterebbe
leggere le lettere del giovanissimo Silone a don Orione dall’aprile
1916 al giugno 1917 riportate nel già citato libro di Casoli.
Il ragazzo Silone amava moltissimo studiare. Dopo il terremoto,
mentre il fratello ferito veniva portato a Roma, a febbraio
ripredeva gli studi a Chieti ma a maggio l’istituto veniva
requisito a causa dello scoppio della guerra. Implorò persino il
fratello affinchè lo aiutasse da Roma. A giugno è a Roma in un
collegio retto da preti. Dopo aver sperimentato l’educazione
ipocrita degli istituti religiosi, mentre gli giungevano notizie di
rivolte contadine in tutta la Marsica, lascerà il collegio di
Reggio Calabria nel giugno 1917 per tornare a Pescina.
Quanto alla cultura di Silone e la sua “scarsa formazione
letteraria” se paragonata a quella di Darina Silone, lui poteva
vantare la cultura del ginnasio-liceo italiano che era ben diversa e
di gran lunga superiore a quella delle equivalenti scuole superiori
dei paesi di cultura anglosassone, comprendendo tra l’altro lo
studio del latino e del greco antico incluse le letterature,
della filosofia, della matematica, della fisica, della storia,
della geografia ed altre materia, tutte ad elevato livello.
Inoltre quando aveva incontrato Darina Laracy alla fine del ’41,
a parte le conoscenze personali e frequentazioni assidue
nell’ambiente intellettuale internazionale, Silone aveva già avuto
modo di colmare eventuali lacune nella letteratura europea (p.
161).
Relativamente alla conformazione fisica di Silone la biografia lo
segnala “più basso” di Darina Silone (p.162). Come si evince da
tutte le foto che lo ritraggono, Silone era alto intorno al mt.1,80
e non era affatto più basso di Darina Silone (ved. due foto,
a e
b, che li
ritraggono affiancati). La scheda segnaletica della Prefettura
di L’Aquila, nello schedario del Ministero dell’Interno 1925-1938,
riprodotta nel sito, segnala, tra i connotati, “statura alta”.
Ci sono anche altre testimonianze (ad esempio Franca Magnani, pag.
90 in “Una famiglia italiana”, come riportato anche nella biografia,
p. 110). Del resto a Pescina le persone di bassa statura sono in
genere i discendenti dei pescatori siciliani venuti sul lago
Fucino al seguito dei Mazzarino. La famiglia Tranquilli, di
probabile ceppo normanno, è sempre stata caratterizzata, e lo è
tuttora nei nipoti e pronipoti di Silone, dalla maggiore altezza
rispetto alla media degli italiani.
“Esiliato in Svizzera nel 1930” (pag. 27): Dopo che, nell’estate
del 1927, Togliatti aveva ordinato ai funzionari di partito di
lasciare l’Italia, Silone è attivo per il partito soprattutto in
Francia e compie diversi viaggi anche tra Parigi e Berlino prima di
fermarsi in Svizzera durante il 1929.
Torlonia “l’aristocratico locale” (pag. 32): Torlonia era un
banchiere romano di origine francese che, su concessione borbonica
del 1853, aveva prosciugato il lago Fucino nella seconda metà
dell’800 con un’impresa idraulico agricola avvalendosi di ingegneri
idraulici francesi. Re Vittorio Emanuele II gli conferì il titolo
di “Principe del Fucino” nel 1875.
“morti misteriose di diversi capi di bestiame” (pag. 32): il
prosciugamento del lago aveva causato l’abbassamento del clima di
qualche grado. Oltre a distruggere gli olivi che crescevano anche
a quell’altezza per la mitezza del clima lacustre, aveva ridotto la
disponibilità di acqua provocando una notevole riduzione dei
pascoli.
“Silone visse nella più povera…parte del paese”(pag. 43):
qui andrà a vivere due anni dopo il terremoto, cioè dopo aver
abbandonato gli studi nel giugno del 1917, prima di trasferirsi a
Roma, come indicato anche nel libro a pag. 48.
“Aline Valangin…di undici anni più giovane di Silone” (pag. 106):
Aline aveva undici anni più di Silone (essendo nata il 9 febbraio
1889).
“Adempiere agli obblighi di legge sulla censura della stampa” (pag.
305). Negli anni cui si riferisce non c’era ancora il regime
fascista con la censura preventiva per i giornali.
7. Inconoscibilità !
Infine la biografia arriva all’analisi delle accuse, iniziate nel
1996, su Silone spia fascista infiltratosi nel Partito Comunista.
Per quanto riguarda i documenti che proverebbero la colpevolezza di
Silone, è del tutto evidente che non si tratta soltanto di provarne
l’autenticità, bensì la loro attribuzione a Silone.
Secondo Pugliese “almeno alcuni mostrano sicuramente la
calligrafia di Silone” (p. 298). Anche la vedova aveva “ammesso
...che alcune lettere possono benissimo essere sue” (p. 309).
Invece, come dimostrato dallo storico Giuseppe Tamburrano, esiste
una sola lettera attribuibile a Silone, quella del 13 aprile 1930,
indirizzata presumibilmente al Commissario Bellone. Le altre sono
o anonime o da diversi firmatari e quasi tutte dattiloscritte.
Anche riguardo alle “quaranta pagine di documenti” che a pag. 307
della biografia gli vengono attribuite (“appaiono sicuramente di
mano di Silone”), sarebbe bene ricordare che Giuseppe Tamburrano le
ha sottoposte all’esame di un perito grafologo, la Dott.ssa Anna
Petrecchia, che il 19 gennaio 2001 ne ha escluso l’attribuzione a
Silone. Nella campagna di stampa su Silone-spia, il 14 aprile 2003
Mauro Canali rese pubblica “la” prova dell’attribuzione a Silone di
queste quaranta pagine. Consisteva nel riconoscimento della
calligrafia di Silone da parte di un pronipote!
Ci
sono poi i fatti della vita di Silone perfettamente ricordati da
Pugliese in molte parti della biografia che collidono con le accuse
a Silone di aver spiato per i fascisti. Alcuni esempi: “Orione
ebbe la corretta impressione che gli agenti fossero ‘autorizzati a
sparare a vista’…” (p. 53); “Silone … ricercato dalla polizia
fascista” (p. 57) e così via. Il libro ci informa anche di tutte
le vicissitudini di Silone comunista clandestino (da p. 77); di
come i fascisti cercassero in Italia il suo indirizzo all’estero
(p. 87); del fatto che il verdetto del tribunale fascista “suonava
più come una condanna di Silone che di Romolo” (p. 88); poi delle
spie fasciste che dalla Svizzera inviavano rapporti su Silone
persino con il progetto di assassinarlo; di come durante la
guerra “Silone continuò a combattere il fascismo” ed altro ancora.
Ma alla fine e nonostante tutto
ciò, “l’inestinguibile senso di colpa per il rapporto con Bellone” è
ancora lì fino all’ultima pagina della
biografia.
Quanto alle motivazioni del tradimento, tralasciando le
accuse già rivolte a Silone circa una presunta schizofrenia e
amoralità, Pugliese sembra propendere per una più generale
ambiguità caratteriale e oscurità indecifrabile di Silone.
“Molti aspetti di Silone restano un mistero anche per me” gli aveva
confessato la vedova (pag. 340). Allora, se “lei, che conosceva
Silone meglio di chiunque altro, non riuscì mai a comprendere
pienamente il mistero della sua identità” (pag. 177), poiché
c’erano “aspetti della sua personalità che rimasero sempre un
mistero per lei…” (p. 293), nessun altro può riuscire a svelare
il mistero Silone.
Se lui era un mistero
vivente e la verità su di lui inconoscibile, decisamente
insondabile resta il caso del tradimento.
Secondo Darina Silone “c’era sicuramente qualcosa, ma che
cosa?...”. Ma sfortunatamente “la verità non sarà mai conosciuta,
poiché tutte le persone interessate sono morte” (p. 320). Dieci
pagine dopo Pugliese conferma: “non potremo mai veramente risolvere
il mistero se e perché Silone abbia trascorso una decade (o solo due
anni) scrivendo a Bellone”.
In altre parole, con epistemologia quasi sofistica - l’inconoscibilità
di Gorgia - è impossibile sapere come si sono svolti i rapporti
di Silone con la polizia fascista e se davvero essi si siano
limitati ad un biennio ed ai tentativi di aiutare il fratello.
8. Silone non è mai stato una spia fascista
Eppure i fatti in Italia erano noti e resi di dominio pubblico sin
dal 1979. Nel libro commemorativo pubblicato l’anno dopo la sua
morte, “Silone tra l’Abruzzo e il Mondo”, a pag. 354 era riprodotto
– senza che avesse provocato scandalo alcuno - il
documento
originale fascista del 16 gennaio 1935 che citava il tentativo di
Silone di fingersi informatore per salvare il fratello dalla pena di
morte nel carcere fascista dove era stato rinchiuso nel 1928.
Romolo era stato arrestato dalla polizia mentre si trovava ad una
decina di chilometri dalla Svizzera nel tentativo di attraversare
illegalmente il confine per raggiungere Silone. Era il 13 aprile,
il giorno dopo l’attentato al Re a Milano.
Silone sapeva benissimo che l’accusa di tentato regicidio e strage
che pendeva su Romolo, benché innocente, portava diritto alla
condanna a morte. Silone sapeva anche delle ripetute torture alle
quali il fratello sarebbe stato sottoposto in prigione.
Due
mesi prima dell’arresto di Romolo, il 6 febbraio, il comunista
Gastone Sozzi, un giovane giornalista apprezzato anche da Gramsci,
era morto sotto le sevizie nel carcere fascista di Perugia. Silone
si era trasferito subito a Parigi per occuparsi del “caso Sozzi” per
conto del Partito Comunista e lanciare una campagna internazionale
sul trattamento dei prigionieri politici nelle carceri fasciste e
le torture cui erano sottoposti. Solo sette giorni prima
dell’arresto di Romolo, il 6 aprile, Silone aveva partecipato al
comizio antifascista tenutosi a Parigi per commemorare il giovane
comunista torturato a morte.
Silone doveva quindi tentare il tutto per tutto pur di salvarlo, sia
perché si sentiva responsabile per avergli chiesto di raggiungerlo
in Svizzera, ma soprattutto perché spinto da una motivazione più
intima e profonda.
Come noto, a quattordici anni Silone aveva aiutato a scavare con le
mani un buco tra le macerie del terremoto abruzzese nel gelido
gennaio 1915. Dopo cinque giorni era stato ritrovato il corpo della
madre. Quando ormai tutti davano per morto anche il fratellino di
nove anni, Silone lo aveva visto venire alla luce da sotto i
detriti, bianco di calcina, una spalla rotta, la bocca piena di
polvere a forza di urlare. Vivo. Per Silone fu come assistere
alla sua nascita. Il fratello era l’unico membro della famiglia,
l’unico affetto che gli restava.
Tredici anni dopo, Romolo, caduto nel baratro delle prigioni
fasciste, era da considerare già morto come quando si trovava
ancora sotto le macerie del terremoto.
Silone fa l’unica cosa che poteva fare e che nel suo lavoro alla
guida della struttura competente sugli incarichi clandestini aveva
visto fare: barattare la vita del fratello con qualche informazione
innocua che poteva ingannare i fascisti.
Quando decise di fingersi un confidente non aveva tenuto all’oscuro
il Partito Comunista (se non addirittura concordato con esso). Il
partito non era contrario a che si cercasse di aiutare i prigionieri
politici nelle carceri fasciste, purchè non si danneggiasse il
partito stesso. Del resto il fascicolo di polizia su Silone,
conservato da sempre negli archivi nella sua interezza, aveva
sempre contenuto i ritagli di giornale già noti e le informazioni
decotte che Silone aveva fatto passare ai fascisti per notizie
importanti e riservate.
Ma Silone non riuscì a portare avanti a lungo una evidente finzione.
Dopo aver inviato documenti inutili, richiesto dai fascisti di
fare sul serio, Silone aveva smesso di recitare la parte
dell’informatore. La conclusione è che Silone non è mai stato una
spia fascista.
Romolo che, al momento dell’arresto, era un bel giovane robusto
di ventiquattro anni, dal fisico atletico, amante dello sport -
come documentato dagli istituti dove studiava e dalle gare che
vinceva, non solo in Abruzzo, in particolare a Sulmona, ed anche
sotto le armi - morirà in carcere in seguito alle torture, tra
cui i ripetuti colpi al torace e al corpo con sacchetti di sabbia
che non lasciavano tracce ma scardinavano l’interno.
9. “Linea d’ombra”
Nelle pagine finali della biografia Pugliese soppesa il grande
valore delle opere di Silone contro la “shadow line”
costituita dai rapporti con la polizia: “Al senso di colpa che
Silone si è portato dietro tutta la vita per il suo rapporto con
Bellone si devono alcune tra le più forti e sentite opere di
narrativa del ventesimo secolo”(p. 330, già citato).
L’aspetto per così dire machiavellico di Silone - una maschera
standard degli italiani visti dall’estero - risulta analogo a quanto
il Manzoni faceva dire a don Ferrante dello stesso Machiavelli:
“celebre segretario fiorentino, mariolo sì, ma profondo”.
Infine Pugliese contestualizza le denunciate tortuosità siloniane:
“…benchè i documenti possono screditare il Silone eroe senza
macchia della sinistra, essi aggiungono ombra e profondità ad una
figura che era stata considerata un santo laico con suo grande
disappunto. Attraverso la sua storia, possiamo giungere ad una
migliore comprensione non solo dell’uomo ma anche delle complicate
scelte morali richieste dai suoi tempi” (p. 339).
Volendo, a questo punto, sintetizzare il giudizio su Silone espresso
da Pugliese, si può, quindi, dire, con formula giudiziaria, che la
biografia propende per l’avvenuto accertamento delle colpe morali
addebitate a Silone, ma anche per l’applicazione di tutte
le circostanze attenuanti connesse al valore letterario e politico
delle opere. Silone non deve essere assolto con la formula piena
di non aver commesso i fatti spionistici, ma preventivamente
perdonato in ragione delle “opere”. Una “perdonanza” alla
Celestino V, una remissione dei peccati.
10. La canzone di Ignazio Silone
A
questo punto vale la pena rettificare il fraintendimento sul senso
del ‘segreto’ attribuito a Silone da Pugliese.
Pugliese scrive infatti che “in età avanzata, Silone fece
un’interessante rivelazione durante un’intervista, dicendo che ‘c’è
un segreto nella mia vita; è scritto tra le righe dei miei
romanzi’” (p. 330).
Invece Silone usa la parola “segreto” in senso metaforico, e non
come qualcosa che deve essere tenuto nascosto. Infatti
nell’intervista TV di Franco Simongini, a “L’Approdo” nel maggio
1966 (riprodotta a pagina 192 in “Silone tra l’Abruzzo e il
Mondo”, 1979), Silone, a proposito della tristezza “di chi partì
per andare molto lontano e alla fine si ritrova al luogo di
partenza” (con riferimento al romanzo “Una manciata di more”),
dichiara che “chi torna da un lungo viaggio non è più la stessa
persona, e anche il luogo da cui partì non è più lo stesso”; e che
“è difficile spiegare certe cose a quelli che sono rimasti sempre
dove sono nati”. Prosegue: “Si racconta di un navigatore spagnolo
che in alto mare era solito cantare una bellissima canzone. Ai suoi
di famiglia che un giorno, a fine tavola, lo pregavano di ripeterla,
egli rispose: ‘E’ impossibile; io canto la mia canzone solo a quelli
che vengono con me in alto mare’”. Silone conclude: “Voglio
rivelare un segreto, essa [la mia canzone] è tra le righe dei
miei libri”. In altri termini: la storia della mia vita e del mio
pensiero è interpolata nei miei libri e può essere compresa a
pieno, non dagli “ignavi”, ma da tutti coloro che s’imbarcano nella
lotta per la democrazia.
Per
comprendere il significato profondo della vita e delle opere di
Ignazio Silone, basterebbe ascoltare attentamente la canzone, la
sua canzone, che costituisce il leitmotiv di tutti i suoi
scritti, lo stesso leitmotiv che ha accompagnato la sua intera
vita.
Roma, 19 ottobre 2009
Maria Moscardelli
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